Freak Show. A proposito della venere ottentotta morepubblicato su "Duellanti", luglio 2011, pp. 40-41. |
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Freak Show (a proposito della Venere Ottentotta)
(pubblicato su Duellanti, luglio 2011, pp. 40-41.)
La vicenda europea di Sarah Baartman si svolge nei primissimi anni dell’Ottocento, il secolo degli Imperi coloniali, del darwinismo sociale, dell’eugenetica, nonché degli zoo umani e – non è un caso – della nascita di fotografia e cinema. Pur esistendo una gran varietà di regimi scopici, nell’Europa occidentale dell’Ottocento il mondo si organizza prevalentemente nella forma dell’esposizione[1]: cartografie, fotografie, tassonomie e cataloghi mappano l’oggetto della conoscenza come oggetto soprattutto visuale, da indicizzare e collezionare, parte di un campo onnicomprensivo che rappresenta per conoscere e possedere, ed esclude l’esistenza del non visto. Questa spettacolarizzazione del guardato corrisponde a, e allo stesso tempo si basa su, un processo di oggettivazione di ciò che si mostra, dal vegetale all’umano, dai prodotti del commercio alle invenzioni della tecnica, reso possibile da un soggetto che rimane a distanza nella posizione dello spettatore. Come nel caso dei panorami, o dei diorami, apparati di mobilitazione dello sguardo che anticipano la nascita del cinema, e che nella seconda metà dell’Ottocento catalizzano l’attenzione di un pubblico sempre più ‘virtualmente’ mobile, si crea allo stesso tempo una fiducia nel realismo della rappresentazione (ovvero, che vi sia una corrispondenza tra rappresentazione e realtà) e una simultanea paradossale consapevolezza della rappresentazione in quanto tale, allestita per uno spettatore circondato da immagini e per ciò stesso escluso dall’ordine del mostrato – essendo il suo punto di vista creato proprio attraverso questo distanziamento. L’organizzazione del mondo come esposizione crea, cioè, la convinzione che esistano due ambiti contrapposti, il mondo reale e il mondo rappresentato, anche se poi il mondo appare sempre come ciò che può essere rappresentato e ricomposto per l’occhio del soggetto guardante, e dunque alla rappresentazione si deve, in qualche modo, finire per credere. Questa paradossale percezione di un’autonomia impossibile della rappresentazione provoca un’ambiguità alla quale lo spettatore, come anche lo scienziato e l’artista ottocenteschi, cercano di porre rimedio inseguendo di continuo l’illusione di una rappresentazione perfettamente sganciata dal proprio sguardo e dal proprio mondo. Il che, per converso, garantirebbe l’appartenenza a questo sguardo e a questo mondo, e la loro autonomia. La storia di Sarah Baartman è in un certo senso emblematica – pure se niente affatto inusuale - di questa costruzione visuale dell’Europa moderna, perché, da quando la conosciamo, essa si svolge tutta sul palco di un teatro: che siano i tendoni circensi o il teatro anatomico della comunità accademica, o persino la vetrina delle teche del Musée de l’Homme di Parigi dove i suoi resti vengono conservati fino agli anni Settanta[2] del secolo scorso, poco importa, Sarah Baartman è vista solo in quanto immagine, oggetto da osservare ed esporre. Diversa, mostruosa, inferiore, abietta, Baartman può essere conosciuta solo se ‘igienizzata’ da un ordine della rappresentazione che la tiene lontana da uno sguardo che si definisce per mezzo di ciò che esclude. A sancire l’iconicità della ‘Venere Ottentotta’, come venne chiamata dai suoi contemporanei - ma non fu l’unica ad avere questo appellativo, pur essendo tra i ‘casi’ più noti e strumentalizzati già all’epoca è un incrocio di costruzioni discorsive che, attraversando l’ambito della scienza, della politica e della rappresentazione, fissano lo stereotipo dell’Altro attorno a precise coordinate di genere, razza, classe e appartenenza geografica. E poiché Baartman eccede ogni categoria del pensare e del sentire europeo ottocentesco, è necessario che proprio uno stereotipo ne definisca e fissi di volta in volta i contorni, consentendo l’instaurarsi dell’unica relazione conoscitiva possibile, allora, per il cittadino bianco occidentale borghese - maschio perlopiù, ma non soltanto: quella basata sulla violenza epistemologica del tenere a distanza di sguardo.
Appartenente alla tribù indigena dei Khoikhoi, e schiava di un coltivatore olandese vicino a Cape Town, nel 1810 Baartman parte per Londra al seguito del fratello del suo proprietario per essere esibita in un freak show, e da lì passa a Parigi, dopo esser stata opportunamente “cristianizzata” e venduta a un domatore francese, a seguito della polemica inglese legata all’approvazione dello Slave Trade Act[3]. A Parigi, Sarah continua ad essere esibita in un circo, e in più diventa una delle attrazioni privilegiate dei naturalisti francesi del tempo, tanto da essere tenuta per tre giorni di seguito al cospetto dei professori del Museo di Storia Naturale, e fatta posare nuda per le illustrazioni della Histoire naturelle des mammifères di Étienne Geoffroy Saint-Hilaire e Frédéric Cuvier – sarà quest’ultimo, dopo la sua morte precoce, a sezionarne ed esaminarne il corpo. Il corpo di Baartman, sottratto a se stesso e ridotto alla sua immagine, è relegato a una visibilità attorno alla quale si concretizzano molteplici livelli ideologici e costruzioni discorsive, tutti profondamente collegati, nessuno tuttavia capace di restituire definitivamente la realtà di una figura che persino la riflessione femminista e postcoloniale ha a suo modo, seppur con diverse intenzioni, strumentalizzato teoricamente per cercare di definirne l’Alterità. Sarah Baartman è indubbiamente una figura ipersessualizzata e iperfemminilizzata, il “grembiule” – parola ‘domestica’ e addomesticante con cui vengono etichettate, all’epoca, le sue labia minora particolarmente allungate - che la copre e la scopre a un tempo, le natiche prominenti che ne restituiscono una sagoma dalle protuberanze eccessive che condensa i tratti di una presunta malformazione fisica elevata a segno di devianza morale – indice di una sessualità immorale, e di una femminilità criminale. Ma Sarah Baartman non è soltanto un corpo strano, è anche un corpo straniero, e questo evoca un’altra costellazione di immagini ancora, il pericolo da affrontare, la natura da addomesticare, la terra da conquistare. Ma se non esiste una sola Sarah Baartman, non esiste nemmeno una sola diversità di Sarah Baartman, che invece può diventare, di volta in volta, la donna per l’uomo, il nero per il bianco, il vizio per la virtù, la terra per l’esploratore, l’indigeno per il colonialista, il caso per la norma, la natura per la cultura, il difforme per il canone, la libertà per la proprietà, il buio per la luce. La donna, nera, indigena ed esotica, schiava e prostituta, mostruosa e grottesca, che Sarah Baartman rappresenta, resta sempre intrappolata al centro di un sistema di opposizioni binarie nel quale è destinata a occupare il posto dell’altro per l’identico, del diverso per uno stesso che ha bisogno di vedere quello che non è per essere sicuro di essere quello che non vede. Ma dal momento che sappiamo che lo Stesso non è mai senza l’Altro, e che la realtà è sempre anche la sua rappresentazione, possiamo comprendere come Baartman non sia emblematica tanto della sua Alterità, quanto del fatto che le (sue) alterità finiscano per eccedere ogni definizione. Eccetto che per le testimonianze raccolte durante gli interrogatori, quello che Sarah Baartman ha visto, pensato, detto, resta nascosto dietro il suo apparire: non ci sono diari, né lettere che ci dicano quale fosse il suo agire, cosa che, ovviamente, contribuisce ancora di più al suo spossessamento, e alla manipolabilità della sua figura. La parabola della sua vita, dunque, dei tentativi di studiarla, definirla, esporla, ritrarla, ingabbiarla, mostrano tutti il meccanismo di oggettivazione e assoggettamento di uno sguardo, appartenuto alla scienza come all’arte dell’Occidente moderno, incapace di rapportarsi all’inappropriatezza della differenza. Come scrive Haraway, infatti, l’altro è inappropriato non solo perché non ancora appropriato, conosciuto, occupato, esplorato, ma perché il suo luogo è sempre fuori luogo, e mai il luogo che all’Altro ha attribuito lo Stesso per poterlo pensare ed eventualmente temere, ma da lontano.
[1] Mitchell, T. (1989), “The World as Exhibition”, in Comparative Studies in Society and History, vol. 31 n. 2, pp. 217-236; Gregory, D. (1994), Geographical Imaginations, Cambridge, MA, Blackwell.
[2] Prima di essere rimpatriati nel 2002, a seguito della contesa tra Sud Africa e Francia. E sarebbe interessante ragionare anche sul valore ideologico e simbolico di questa disputa nel Sud Africa di Mandela.
[3] Atto del 1807 che abolisce la tratta degli schiavi nell’Impero Britannico, ma non la schiavitù in sé. Si noti come il presunto umanitarismo dell’African Assiciation for Promoting the Discovery of the Interior of Africa, che a Londra sollevò il caso Baartman, nascondeva in realtà gli interessi di una precisa classe mercantile, il cui scopo era proletarizzare la forza lavoro indigena, trasformando gli schiavi in manodopera “liberamente” disponibile per il capitale, come ben evidenzia l’articolo di Zine Magubane (2001), “WHICH BODIES MATTER? Feminism, Poststructuralism, Race,and the Curious Theoretical Odyssey of the ‘Hottentot Venus’”, Gender & Society, vol. 15 n. 6, pp. 816834.